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Che cosa ha fatto l’Europa?

  • Pace

    Pace in Europa 

    Quando il filosofo tedesco Immanuel Kant scrisse il suo saggio “Della pace perpetua” (1795), la sua opera, pubblicata 279 anni dopo l’Utopia di Thomas Moore, sembrava condannata a rimanere perfettamente utopica  fino alla fine del tempo. Questo era consacrato dal proverbio romano “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra), ed anche dall’esperienza di innumerevoli guerre che avevano stracciato l’Europa al suo tempo, e che erano destinate a seguire nei secoli 19esimo e 20esimo. Esse culminarono in due guerre mondiali con tassi di morti mai raggiunti prima e con lo sterminio meticolosamente pianificato delle cosiddette “razze inferiori” tra il 1940 e il 1945. 

    Eppure, all’indomani della Seconda Guerra mondiale, alcuni capi di Stato con lucidità decisero che era tempo di riconciliare i due vecchi nemici da secoli (Francia e Germania) mettendo in comune le loro risorse di acciaio e carbone. Rendendo ulteriori guerre impossibili o reciprocamente suicide, questa improbabile alleanza risultò nella creazione della prima Comunità europea, e pose le basi per una pace duratura tra i suoi Stati Membri. Quello che fino ad allora era rimasto soltanto un sogno,  un voto pio mai confrontato con la Realpolitik, che non aveva mai cessato di prevalere nella politica estera degli Stati sovrani che componevano l’Europa, era diventato da allora un’inestimabile conquista senza equivalenti al mondo. 

    E se gli unici risultati delle Comunità Europee (l’Unione Europea di oggi) fossero state soltanto la pace perpetua tra i suoi membri, questo già basterebbe a giustificare la sua ragione d’essere. Servirebbe una buona memoria del passato 20esimo secolo per realizzare quanto improbabile apparisse un tale risultato nel 1950, soltanto 5 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. E richiederà ancora sforzi continui tramandare questo messaggio alle generazioni future.

    La pace nel mondo (tratto principalmente dal sito della UE)

    La UE non può accontentarsi della pace interna, soprattutto in un mondo globalizzato dove il pianeta sta diventando una comunità sempre più piccola e le crisi che accadono in aree geograficamente remote  non possono esser più ignorate a lungo. E’ per questo che la UE ha fatto grandi sforzi negli ultimi 15 anni al fine di sviluppare delle politiche per la promozione della pace della democrazia nel mondo, cercando in questo modo di rafforzare la sicurezza internazionale. I conflitti che sono scoppiati in Europa dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 convinsero i leader europei della necessità di una vera azione congiunta. Come risultato di questi sviluppi, la UE iniziò a esercitare un’influenza nel campo dei diritti umani e diventò un attore protagonista sui temi di sicurezza internazionale e su scala mondiale. Non e’ infatti una semplice anomali che la UE sia il più grande donatore in aiuti e sviluppo. Essa conta per più di metà degli aiuti allo sviluppo nel mondo. La UE è anche attiva in tutte le maggiori crisi inclusi l’Afghanistan, i Territori palestinesi, il Darfur, la Repubblica democratica del Congo e il Capo d’Africa tra gli altri. La sua azione di sostegno è globale, spesso avendo luogo in crisi “dimenticate” ignorate dalle telecamere dei media mondiali.

    Più recentemente, la lotta al terrorismo internazionale ha rafforzato questa convinzione. In un Vertice nel dicembre 2003, i leader europei hanno adottato una strategia di sicurezza europea. Questa riconosce che i cittadini in Europa ed altrove sono confrontati a cinque maggiori minacce alla sicurezza: il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, i conflitti regionali nei Paesi vicini (soprattutto il Medio Oriente), il crimine organizzato (il traffico transfrontaliero di droga, di donne, di immigrati irregolari e di armi) e le mancanze statali, che permettono il crimine organizzato ed il terrorismo. Ogni tipo di minaccia richiede una risposta appropriata, spesso richiedendo anche cooperazione internazionale, ma soprattutto la capacità di rispondere appropriatamente dipende dalla volontà degli Stati membri di lavorare insieme per ottenere un approccio coerente in politica estera. Il progresso negli anni è stato lento, ma stabile. Ma il progresso diventerà assai difficile, se la UE non riesce ad avere una politica comune estera e di sicurezza.

    Le lezioni dei Balcani (tratto principalmente dal sito della UE)

    Il principio di una Politica estera e di sicurezza comune (PESC) è stato formalizzato nel 1992 nel Trattato di Maastricht. Soltanto alcuni mesi dopo, la guerra esplodeva nella ex-Yugoslavia. L’Unione Europea provò senza successo a mediare al fine di una soluzione politica della crisi. Ma siccome la EU non aveva una forza militare indipendente, i suoi Stati membri avrebbero potuto soltanto intervenire in qualità di Stati membri dell’ONU o delle forze NATO, che furono poi inviate nella regione.

    La lezione di questa esperienza non è andata perduta. Alla luce delle guerre dei Balcani, e dei conflitti in Africa negli anni ’90, l’Unione Europea ha creato una politica di Sicurezza e Difesa (PESD) all’interno  della PESC.

    Sotto la PESD, forze militari o di polizia possono esser inviate in aree di crisi per portare avanti operazioni umanitarie, di peace-keeping, di gestione delle crisi e anche di soluzione delle crisi. L’azione militare è portata avanti dalla forza di reazione rapida UE, distinta dalla NATO ma con accesso alle sue risorse.

    Le prime missioni portate avanti dalla ESDP furono nella ex Yugoslavia, lo scenario delle precedenti frustrazioni europee. Una missione di polizia europea rimpiazzò il comando degli ufficiali di polizia delle Nazioni Unite in Bosnia e Herzegovina nel gennaio del 2003, mentre una forza militare UE rilevava il comando dalla NATO nella ex-yugoslava Repubblica di Macedonia tre mesi dopo.

    Tentativi sono stati fatti negli anni per facilitare il modo in cui le decisioni della PESC sono prese. Ma le decisioni richiedono ancora il voto all’unanimità, un compito difficile già quando c’erano 15 Stati membri, ma ora ancora più difficile con 27. Nonostante il proprio impegno nella PESC, i governi degli Stati membri talvolta hanno difficoltà a cambiare le loro politiche nazionali in nome della solidarietà europea. Quanto questo possa essere difficile può essere illustrato dalle profonde divisioni tra gli Stati membri dell’UE nella primavera del 2003 sulla questione se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovesse autorizzare una guerra guidata contro l’Iraq a guida statunitense.




Link correlati

  Sito web dell'Alta Rappresentanza per la PESC - CFSP
  EUROPA: Attivita' della UE nel campo della Politica Estera e di Sicurezza Comune
  La pagina informativa della Commissione Europea sulla Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC - CFSP)

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